Sustainable Sanitation

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Il corretto uso delle risorse idriche è un obiettivo fondamentale cui tendono ormai numerose prescrizioni della legislazione ambientale comunitaria e nazionale. Risparmio idrico, riciclo, riuso sono parole chiave di una buona strategia di gestione delle acque, insieme, ovviamente al trattamento sostenibile degli scarichi ed alla restituzione all’ambiente naturale di acque non inquinate.
A questo proposito, il capitolo dedicato alle Risorse Idriche del Piano Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile del Ministero dell’Ambiente è molto chiaro: “Obiettivo prioritario dello sviluppo sostenibile è la conservazione o il ripristino di un regime idrico compatibile con la tutela degli ecosistemi, con gli usi ricreativi e con l’assetto del territorio. Il raggiungimento di tale obiettivo, per la grandissima parte dei bacini italiani caratterizzati da sovrasfruttamento delle risorse, implica una riduzione delle portate sottratte alla circolazione naturale e, quindi, interventi finalizzati al risparmio, riuso, riciclo, etc. […]. Altra priorità è il raggiungimento di un livello di qualità accettabile per tutti i corpi idrici. Tale obiettivo sarà fissato, per ogni corpo idrico, dal Piano di Tutela Regionale, ai sensi del D. Lgs 152/1999. Per raggiungerlo saranno necessari interventi per la riduzione dei carichi inquinanti che gravano sulle acque superficiali e sotterranee”.
Come è noto, lo stesso D. Lgs. 152/1999 ha introdotto il concetto di tutela quantitativa della risorsa idrica (Capo II: “Tutela quantitativa della risorsa e risparmio idrico”), aspetto innovativo rispetto alla legislazione precedente; tale tipo di tutela (art. 22 – comma 1): “concorre al raggiungimento degli obiettivi di qualità attraverso una pianificazione delle utilizzazioni delle acque volta ad evitare ripercussioni sulla qualità delle stesse ed a consentire un consumo idrico sostenibile”. Tra le misure volte a garantire la tutela quantitativa della risorsa il Decreto cita in particolare il risparmio idrico ed il riutilizzo dell’acqua. L’articolo 25 (comma 2) sul risparmio idrico sancisce che le Regioni si dotino di specifiche norme volte a favorire la riduzione dei consumi idrici e finalizzate, tra l’altro, “a realizzare, in particolare nei nuovi insediamenti abitativi, commerciali e produttivi di rilevanti dimensioni, reti duali di adduzione al fine dell’utilizzo di acque meno pregiate per usi compatibili” ed “a realizzare nei nuovi insediamenti sistemi di convogliamento differenziati per le acque piovane e per le acque reflue”. L’articolo 26 (comma 2) sul riutilizzo dell’acqua stabilisce che “Le Regioni adottano norme e misure volte a favorire il riciclo dell’acqua e il riutilizzo delle acque reflue depurate”.
Appare, quindi, evidente l’intenzione del legislatore di favorire quanto più possibile il risparmio e il riutilizzo delle acque, al fine di ridurre le quantità di acque prelevate dalla circolazione naturale e migliorare così la capacità di diluizione ed autodepurazione dei corsi d’acqua.
Il “movimento culturale”, in atto ormai in molti Paesi da diversi anni, è stato presente anche in occasione del summit mondiale di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile; in quella occasione un ricco “panel” di esperti internazionali inviò una lettera aperta alla conferenza, che chiedeva di sostituire, da tutti i documenti ufficiali, il termine “sanitation” (il termine inglese con cui si intende il complesso di soluzioni per la raccolta ed il trattamento degli scarichi domestici dalle nostre case al depuratore) con “sustainable sanitation”.

2. Che cosa si intende per “sustainable sanitation”?

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La fonte più autorevole sull’ “ecological sanitation” è probabilmente il progetto “Ecosan”, promosso dal Governo tedesco con il supporto di molti altri partner in tutto il mondo. Nelle figure che seguono si mettono a confronto le “filosofie” della “sanitation” convenzionale con l’“ecological sanitation”.
La gestione convenzionale usa grandi quantità di acqua, insieme a fertilizzanti e pesticidi, per irrigare i campi e fornire prodotti al mercato alimentare; altra acqua viene destinata agli usi civili che la utilizzano nelle nostre case per allontanare gli scarichi (che contengono proprio quei fertilizzanti necessari all’agricoltura). Grandi quantità di acqua vengono raccolte e, nel migliore dei casi, inviate agli impianti di depurazione per rimuovere inquinanti e fertilizzanti. Non c’è riuso né d’acqua né di fertilizzanti: c’è forte rischio di contaminazione per qualsiasi problema si verifichi nella rete fognaria (molto estesa) o nel depuratore.
L’ “ecological sanitation” punta, invece, a riusare il più possibile acqua ed i fertilizzanti contenuti nelle acque di scarico, per questo tiene separate le acque grigie (meno pericolose, perché non contaminate da patogeni e più facili da depurare) da quelle nere: le prime possono essere riusate in molti modi anche all’interno delle abitazioni (scarichi WC, lavaggio abiti e superfici interne ed esterne, innaffiamento); le acque nere, invece, che contengono nutrienti preziosi per l’agricoltura, vengono riusate per irrigazione, dopo aver eliminato i patogeni. Per il trattamento sia delle une che delle altre si tende a ricorrere alle tecniche di fitodepurazione, che permettono una maggiore elasticità, bassi costi di gestione e sono utilizzabili in modo decentrato.
2.1. Le tecniche convenzionali di “sanitation” e le tecniche sostenibili a confronto
Le tecniche convenzionali di “sanitation” presentano diversi aspetti negativi:3

    • • richiedono consumi elevati di acqua,
    • • sono state sviluppate senza considerare la necessità di riequilibrare i cicli biogeochimici e senza favorire il riuso dell’acqua e dei fertilizzanti contenuti nell’acqua di scarico,
    • • provocano la commistione di piccoli quantitativi di materiale fecale ad elevato rischio igienico sanitario con grandi quantità d’acqua: contaminando con agenti patogeni i corpi idrici recettori e diffondendo il rischio nell’ambiente,
    • • i sistemi fognari convenzionali (a reti miste) sono particolarmente pericolosi in occasione di eventi meteorici intensi, quando grandi quantità di acque di scarico non trattate vengono disperse nell’ambiente attraverso gli scolmatori di piena ed i bypass degli impianti di depurazione (per citare solo uno dei molti problemi gestionali).

Al contrario, le tecniche di “sustainable sanitation”:

    • • sono progettate per ridurre i consumi idrici (demand side management) e riusare acqua e fertilizzanti,
    • • sono spesso basate sulla separazione alla fonte del materiale fecale per garantire i massimi standard si sicurezza igienico-sanitaria ed evitare la contaminazione dei corpi idrici recettori,
    • • sono flessibili ed adattabili alle diverse situazioni culturali e socioeconomiche attraverso il ricorso a tecnologie semplici o complesse (High or low tech),
    • • permette in modo economico il riuso delle acque separando e trattando, in modo differenziato, le acque grigie: la frazione delle acque domestiche non contaminata da materiale fecale,
    • • adotta tecnologie applicabili in modo decentrato e capaci di essere molto efficaci a costi bassi.

3. Lo smaltimento delle acque reflue

L’approccio della “sustainable sanitation” vede la gestione delle acque e degli scarichi sotto una luce nuova, attraverso la quale si cerca di superare la sterile contraddizione, che si è spesso creata in passato, tra i sostenitori ed i detrattori della depurazione naturale.
In realtà, non ci sono motivi per preferire “pregiudizialmente” una soluzione rispetto ad un’altra, in quanto la scelta dipende da fattori oggettivi. Il primo problema da porsi non riguarda la tecnologia del singolo impianto, ma l’architettura generale dei vari impianti che, a scala di bacino, consenta di raggiungere l’obiettivo di qualità nel corpo idrico recettore; per fare ciò è necessario rispettare tre condizioni:

    • • minimizzare la circolazione “artificiale” dell’acqua, restituendo l’acqua il più vicino possibile al punto di prelievo,
    • • garantire una buona efficacia depurativa (possibilmente contenendo i costi),
    • • permettere il riuso e la corretta reimmissione nei cicli biogeochimici naturali di acqua e nutrienti.

Il mancato rispetto della prima condizione (minimizzazione del ciclo “artificiale”) ha portato ai problemi che sono schematizzati nella Figura 1: riduzione delle portate naturali e concentrazione dei carichi difficilmente sopportabili dai corsi d’acqua. Nella stessa figura è schematizzata una strategia depurativa, che punta al riutilizzo delle acque ed alla restituzione dei carichi e delle portate il più vicino possibile ai punti di prelievo.
La scelta della tipologia impiantistica più appropriata, sotto il profilo economico-ambientale e che tenga conto degli obiettivi depurativi e del contesto paesaggistico del territorio circostante, deve essere fatta con apposito studio di fattibilità, soprattutto quando l’opera è di rilevo.

tabella-sustainableFigura 1. Due modelli di depurazione: centralizzata o decentrata (G. Sansoni 1998, modificata)

Testi tratti dal volume “La cultura dell’acqua. Guida alla conoscenza della risorsa idrica” (a cura di Domenico Muscò e Beatrice Pucci), Siena, 2004; volume pubblicato nell’ambito del Programma INFEA 2002-2003 della Regione Toscana.